Coronavirus, che fare? Pensieri e riflessioni su questo tempo

di Paola Bertone, Fiamma Buranelli, Cinzia Chiappini, Barbara Valli

I bambini non vanno più a scuola, non possono più socializzare, giocare insieme, condividere momenti di vita con i propri compagni di scuola e amici; insomma, non possono più fare – soprattutto i più piccini e i più disagiati – tutta quella serie di cose importantissime per il loro benessere fisico e mentale.
E i loro genitori? Debbono anch’essi confrontarsi con cambiamenti che sovvertono i loro stili di vita, incerti sul futuro professionale, angosciati per i propri cari in una situazione di grande emergenza.
Tutto questo crea un’atmosfera che rischia di farsi sempre più pesante all’interno di nuclei familiari dove a volte anche i nonni – spesso preziose risorse – non possono più dare il loro contributo.
È necessario il contenimento non solo del virus, ma anche di tutte quelle sensazioni, timori, inquietudini che ci accompagnano.
Proprio in questo clima così difficile per i bambini più fragili, sofferenti, e per le loro famiglie, anche le psicoterapie rischino di venire meno.
Abbiamo tutti ormai compreso che questa “banale influenza” si è rivelata essere una malattia seria, con complicanze gravi, che può colpire anche qualche giovane – per fortuna pochi. A questa consapevolezza ne segue però un’altra: non sappiamo quando potremmo tornare alla “normalità”.
In questi giorni di necessario isolamento in casa, come psicoterapeuti sentiamo più forte il senso di responsabilità nei confronti dei nostri pazienti, data la distanza e l’impossibilità di incontrarsi, di persona, regolarmente.
Nei giorni scorsi, prima dell’invito a rimanere a casa, si potevano incontrare per strada diversi bimbi sorridenti, a piedi o in bicicletta, con i loro papà, ovviamente in orario lavorativo. Forse loro, in questi giorni faticosi, godono della presenza dei genitori che, lavorando da casa, riescono a ritagliare più tempo per loro. Ma la situazione è insieme molto complessa e faticosa per quei genitori, in particolare le mamme, che ancora devono recarsi al lavoro e non sanno a chi affidare i figli. I nonni, insieme ai genitori, sono i più esposti e tanti pazienti sono preoccupati dalla paura di infettare, dal timore che non rispettino le regole. I ragazzi in adolescenza, invece, si sentono ingabbiati in casa e scalpitano perché non possono uscire.

Che fare? Come psicoterapeute di bambini e adolescenti ci troviamo di fronte alla necessità di rispettare le regole pur continuando a svolgere il nostro lavoro al meglio. Le istituzioni sanitarie, come le UONPIA, rimangono aperte e offrono colloqui di consultazione per ragioni urgenti. Per chi lavora da casa, invece, come in molte altre professioni la via maestra è il telelavoro: Skype, chiamate al telefono, videochiamate su Whatsapp. Questi importanti strumenti, invero non nuovi nel nostro lavoro, funzionano bene con quei pazienti che accettano di buon grado di sentirsi “a distanza”, “online”. Qui però i bambini risultano i più penalizzati, soprattutto quelli piccoli.
Lavorando con il metodo della Consultazione partecipata ci è venuto naturale invitare un genitore a partecipare al colloquio Skype insieme al bambino, così da mantenere vivo almeno il contatto emotivo. Agli occhi del bambino continuiamo ad esistere, manteniamo viva una relazione nell’attesa di poterci ritrovare. Possiamo proporre di fare disegni, che potremmo rivedere insieme più avanti o di cui la mamma potrà inviarci una foto. Alle mamme, in particolare, offriamo un sostegno alla loro difficoltà nel gestire tante dinamiche esterne e interne. Certo sappiamo che sentirsi via Skype o su Whatsapp non sia la stessa cosa che ritrovarsi in seduta, ma per ora non possiamo fare altrimenti. Guardiamo alle prossime settimane con la speranza di ritrovarci in seduta, almeno con i bambini e ragazzi più in difficoltà, prendendo alcuni doverosi provvedimenti – come ad esempio distanziare adeguatamente il tempo tra le sedute, arieggiare e disinfettare la stanza d’analisi (le maniglie, i giochi, il materiale da disegno).

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