Estensione della Consultazione partecipata alle comunità educative per adolescenti

di Barbara Friia

Quando penso alla Comunità Educativa e a tutto il lavoro che andrò a raccontare mi viene in mente il film “La parte degli angeli” (regia di Ken Loach, 2012) perché ben rappresenta e introduce tutto il nostro discorso. Questo film parla di un gruppo di ragazzi irlandesi condannati ai servizi sociali, uno solo dei quali riuscirà a creare un rapporto con l’educatore; e il solo che riuscirà a riattivare una parte che pensava di non avere, la parte degli angeli, sua parte vitale: ha capito cosa gli è mancato ed è passato dall’assenza di rappresentazione a una rappresentazione dell’assenza.
Per chi non lo sapesse, la “parte degli angeli” è quella quantità del whisky che evapora dalle botti in modo naturale.

Il mio percorso è iniziato nel 2000 come educatrice di ragazzi adolescenti in una Comunità Educativa del pavese. Il mio ruolo, negli anni, è passato da Responsabile di Struttura, per arrivare, a oggi, a quello di Psicoterapeuta di alcuni dei ragazzi e formatrice degli educatori.
Attualmente le Comunità sono due e ospitano minori maschi dai 14 ai 21 anni; ragazzi che approdano perché autori di reato o perché allontanati dalle famiglie, con decreto del Tribunale per i Minorenni o, ancora, perché minori stranieri non accompagnati.

Gli educatori, che ruotano nei turni diurni e notturni, sono laureati in Psicologia o in Scienze dell’Educazione. Vi sono anche le addette alle pulizie, che si occupano, inoltre, della preparazione dei pasti e che vengono investite dai ragazzi di un ruolo fondamentale e unico, perché quello del nutrimento.
Tutti gli educatori e le Asa partecipano a riunioni di equipe e di supervisione (indipendentemente dalla formazione sulla Consultazione Partecipata), ove discutono dei progetti e delle personalità dei ragazzi, tenendo in considerazione le relative dinamiche, che ruotano nel gruppo dei ragazzi e del gruppo di lavoro.

La casa è una struttura di 400mq e ha diverse stanze, come previsto dalla normativa regionale, e può ospitare un massimo di 10 ragazzi: sala da pranzo, cucina, sala computer, palestra, ufficio educatori, salone, bagni ogni 5 ospiti, giardino, dispensa e camere da letto da massimo tre posti.
La casa viene molto personalizzata sia dagli educatori che dai ragazzi con foto, quadri, disegni, scritte.

I ragazzi sono impegnati in diverse attività: dalla scuola, al lavoro, al tirocinio formativo o borsa lavoro. Molti di loro avranno anche da svolgere un’attività socialmente utile, se indicata dal giudice del Tribunale per i Minorenni.

La rete che ruota attorno a ogni ragazzo è composta da Assistenti Sociali (territoriali e/o del penale); Tribunale per i Minorenni o Tribunale Ordinario per le tutele o per le richieste di appello; Avvocati; a volte il SerD; Psicologi; Famiglia; datori di lavoro; gruppo di volontariato; maestri di sport; amici.

La messa alla prova (map) è una pena alternativa al carcere. È una sospensione della pena che prevede un percorso educativo, monitorato da Educatori e Assistenti Sociali, che può svolgersi o presso il domicilio del ragazzo o presso una Comunità Educativa. La scelta della Comunità avviene quando la famiglia non è ritenuta idonea o non ha gli strumenti per occuparsi del figlio in messa alla prova, connotata di impegni e diverse prescrizioni.
La map può durare da un minimo di sei mesi a un massimo di tre anni, per qualsiasi tipo di reato.

I ragazzi allontanati dalle famiglie sono in diminuzione perché, a causa di problemi economici dei Comuni di residenza, vi è la tendenza a intervenire con modalità differenti, purtroppo spesso fallimentari. E di conseguenza sono in aumento i reati tra i giovani.

Con i minori stranieri non accompagnati, invece, non è possibile prevedere il coinvolgimento della famiglia perché lontana e, spesso, irraggiungibile. Gli stessi ragazzi non vivono di buon occhio domande o contatti con le famiglie di origine perché temono invasioni e controlli da parte delle forze dell’ordine, sapendo che molti di questi viaggi avvengono in clandestinità e con il pagamento di somme altissime. Molto spesso non vi è la presenza di mediatori culturali, che potrebbero facilitare tali contatti e questo non permette di creare relazioni significative tra i ragazzi, le loro famiglie e gli educatori che operano all’interno della rete attivata per ogni utente della struttura.

Gli incontri con i genitori si sono trasformati negli anni. Ricordo che quando ero educatrice non permettevamo alle famiglie nessun contatto per almeno un mese. Ora la conoscenza è immediata, almeno con gli educatori, e fin da subito si attivano gli incontri con i ragazzi all’interno della Comunità.
Sarà necessario costruire una consapevolezza che i genitori potrebbero avere dei limiti e/o problemi di cui i ragazzi possono diventare eredi. Il nostro compito è chiarire la relazione tra loro e questo è un lavoro preventivo perché i ragazzi capiscano che hanno a che fare con adulti che pensano.
È quindi fondamentale non avere un atteggiamento pietistico, ma interpretativo per comprendere una dinamica familiare e per traghettarla verso una trasformazione utile a ricreare un clima familiare più sano.

L’incontro pluriennale con Dina Vallino ha permesso di pensare a un’estensione della Consultazione Partecipata all’interno della Comunità, durante gli incontri genitori-figli, alla presenza dell’educatore. Questi non è sempre il medesimo per ciascuna famiglia per motivi di orario di lavoro. Tutti gli educatori hanno comunque ricevuto una formazione preliminare da parte mia sulla Consultazione Partecipata.
Gli educatori partecipano a questi incontri tra ragazzi e genitori, subito dopo stendono un protocollo. Una volta al mese ci si incontra per discuterne insieme. Questo ha permesso di creare una mente di gruppo con una metodologia condivisa.

Esperienze sul campo

Per meglio comprendere l’estensione della Consultazione Partecipata applicata alla Comunità racconterò di due famiglie con percorsi molto diversi. Cominciamo con Ramon.

Ramon è un ragazzo di 17 anni nato in Italia da genitori malesiani. Genitori piuttosto giovani che lavorano come addetti alle pulizie.
Le famiglie di origine di questi genitori vivono in America e in d’Europa.
Il desiderio del padre di Ramon è quello, prima o poi, di rientrare in Malesia, dove hanno fatto costruire una bellissima villa. In Italia, invece, vivono in una casa di proprietà, ma di modeste dimensioni e in un grande condominio.
Ramon è figlio unico e si sente in tutto e per tutto italiano, con grande dispiacere dei genitori che non accettano questa sua forte appartenenza.
Ramon sente la Malesia come luogo di vacanza e soffre per le attuali condizioni economiche della famiglia: in una casa modesta, molto diversa dalla villa fatta costruire dai genitori nel loro paese di origine.
Ramon ha iniziato a fare uso di sostanze e per non spendere troppi soldi e anche per guadagnarci, ha deciso di coltivare marijuana nell’armadio della sua camera da letto, che ha sempre tenuto chiusa a chiave. Sono iniziate così diverse liti con i genitori, scontri fisici con il padre e notti fuori casa senza preavviso.
Un pomeriggio, quando Ramon era a spasso con i suoi amici, una delle lampade all’interno dell’armadio è andata in corto circuito incendiando tutto. I genitori erano in casa, ma non sono riusciti a entrare perché la porta era chiusa. Sono così intervenuti i Vigili del Fuoco e Ramon è stato arrestato.
Durante il primo incontro i genitori gli hanno portano la foto della fidanzata e questo ha permesso di parlare delle scelte di Ramon, non condivise da loro. Ramon aveva una fidanzata che piaceva molto ai genitori perché educata, studiosa e attiva nel sociale. Dopo un anno Ramon l’ha lasciata per un’altra ragazza molto trasgressiva, che fumava le canne e loro giudicavano maleducata perché postava su Facebook foto molto provocanti, nonostante la giovane età.
È emerso anche il desiderio dei genitori di pensare Ramon in Malesia a capo di un ristorante italiano, oppure in America da qualche parente.
Spesso il padre, sempre molto silenzioso e smarrito, ha portato in Comunità fotografie della loro famiglia, dell’America, della Malesia e di Ramon piccolo. Grazie a questi documenti affettivi hanno raccontato la loro storia e sono emerse informazioni che Ramon non aveva. Si è parlato del primo anno del figlio, che per problemi di lavoro avevano dovuto lasciare in Malesia alle cure dei nonni, per poi tornare a riprenderlo per riportarlo in Italia con loro. Questo ha permesso di parlare, per la prima volta, di questa difficile scelta, costata molto, e Ramon ha potuto verbalizzare di sentirsi diviso in due parti, così come per le due diverse fidanzate, una buona e una cattiva.
L’estensione della CP alla presenza dell’educatore ha permesso loro di parlare anche del reato e di quella camera chiusa a chiave. Ramon ha detto: “Almeno quella stanza era di mia sola competenza. Lì nessuno entrava e potevo fare ciò che volevo”. La madre, che probabilmente non ha tollerato questa comunicazione di autonomia, di bisogno di separazione dai genitori, ha cercato di cambiare discorso chiedendo a Ramon di spiegarle alcune funzioni del cellulare. Ramon le ha risposto che lo avrebbero fatto un’altra volta perché in quel momento era necessario parlare tra di loro, dato che in quel momento ne avevano la possibilità avevano tutto il tempo necessario.
Da questo incontro sono cambiate molte cose.
Ramon porterà i genitori nella propria nuova e temporanea stanza per mostrare come è ordinata e come tiene l’armadio. Il padre porterà le foto della sua nuova camera ripulita dopo l’incendio e decideranno il colore delle parete che dipingeranno insieme quando potrà fare i rientri a casa.
L’estensione della CP ha permesso anche a Ramon di dire ai genitori che lui non ha mai desiderato lasciare l’Italia, che quello è sempre stato il loro desiderio e non il suo, ma che era difficile se non impossibile comunicare tra loro. Le porte comunicative erano chiuse a chiave, ognuno aveva il proprio mondo, cosi come la stanza di Ramon.
Il padre chiederà di festeggiare il suo compleanno in Comunità e Ramon gli farà trovare una lettera da leggere quando sarà solo, a casa. È stato un momento molto commovente e di grande vicinanza tra figlio e padre, che ha permesso a Ramon di sentirsi meno smarrito e più partecipe agli incontri successivi.
Nell’ultimo incontro il padre è entrato nella stanza del figlio e gli ha consigliato di spostare la mensola sopra al letto: lo hanno fatto insieme. Nella stanza è entrato un altro ragazzo, minore straniero non accompagnato, quindi senza famiglia, e in modo spontaneo ha invitato i genitori di Ramon nella propria stanza. L’ha mostrata loro con grande orgoglio, ricevendo molti complimenti. Quando mancavano 15 minuti alla fine dell’incontro, Ramon ha chiesto di poter iniziare a cucinare, ma insieme alla madre. Si uniranno, poi, anche il padre e il ragazzo. L’atmosfera era molto rilassata e si respirava aria di casa.
Ramon, dopo venti giorni, è rientrato in famiglia e ha iniziato a lavorare presso un negozio di abbigliamento; i genitori hanno iniziato incontri di sostegno alla genitorialità.

Il rispetto della persona del ragazzo

Gli incontri di gruppo degli educatori sono stati molto ricchi di confronti e discussioni e li hanno aiutati ad avere uno sguardo più curioso e caratterizzato da una sana distanza, utile per meglio comprendere le dinamiche familiari, i fraintendimenti e i mandati non sempre diretti e dichiarabili. Come scrive Dina Vallino (Fare psicoanalisi con genitori e bambini):

“L’affetto e la comprensione tra i genitori e figli sono soffocati dal fraintendersi, ma, con un’attenzione psicoanalitica, posso offrire una comprensione e una modulazione dei conflitti familiari occulti. […] Il fraintendimento primario diventa pesante quando la madre non ha idea che il suo bambino sia una persona. E aggiungo che quando il genitore che non è in grado di riconoscere la persona del suo bambino, cioè non possiede la pazienza di osservarlo per comprenderlo nelle sue spesso non evidenti manifestazioni personali, ciò accade poiché la sua mente si sente spinta in direzione opposta: a impadronirsi e installarsi nella mente del suo bambino. Il fraintendimento, l’obliterazione del bambino come persona, è il prodotto di una identificazione proiettiva patologica”.

Questo abbiamo potuto osservare nel caso di Ramon.
I genitori, diventando coautori del lavoro educativo dei figli, hanno potuto comprendere i diversi meccanismi consci e inconsci e le diverse conseguenze, e quando questa collaborazione risulta autentica spesso si attiva il desiderio di un lavoro personale e parallelo a quello del figlio. “Se i genitori acquistano consapevolezza e sapere crescenti sul proprio figlio, vengono aiutati a divenire gli esperti che potenzialmente sono” (Vallino, op. cit.).
L’estensione della CP nel lavoro di comunità è un’idea pionieristica. L’applicazione di questo nuovo metodo di lavoro per diversi anni ha facilitato trasformazioni positive, sia nella relazione familiare di alcuni dei ragazzi, sia nel modo di lavorare degli educatori, i quali hanno appreso un nuovo vertice osservativo, soprattutto hanno meglio compreso l’importanza di non farsi travolgere dalle dinamiche che tendono a riproporre le situazioni conflittuali di cui i ragazzi sono complici e/o vittime.

Imaad

Imaad è un ragazzo egiziano non ancora maggiorenne; è stato collocato in Comunità a causa di diversi reati: rapina a mano armata con colpo in canna, furti e ricettazione di auto.La madre è una donna di 50 anni, laureatasi in Egitto. Il padre, coetaneo, lavora come elettricista dopo essersi iscritto all’Università in Italia, tuttavia ha dovuto rinunciare agli studi per problemi legati ai documenti. Imaad ha un fratello minore.La Comunità ha incontrato la famiglia, che è apparsa vittima di questo figlio ingestibile e ingrato.
Con il tempo scopriremo una famiglia patologica, che ha basato molte delle proprie relazioni su un “come se”. I genitori non sono più coppia da molto, c’è la fantasia che il padre abbia un’altra famiglia, anche perché aveva abbandonato il tetto coniugale per rientrarvi dopo l’arresto del figlio.
Inizialmente il Tribunale per i Minorenni ha autorizzato una messa alla prova presso il domicilio famigliare, la quale è tuttavia fallita dopo pochi mesi in quanto il ragazzo, ormai maggiorenne, ha commesso altri reati “coperto” da tutti i suoi familiari.
È arrivato così in Comunità.

Per un certo tempo abbiamo continuato a pensare ad una famiglia vittima, costretta a mentire a tutti perché in difficoltà nei confronti del figlio: da proteggere o da denunciare? (Mentre scrivo mi viene in mente il libro “La cena” di Herman Kock, che ha ispirato il film del 2014 “I nostri ragazzi” di Ivano De Matteo).
Per cercare di meglio contenere in Comunità i problemi psicologici di Imaad abbiamo deciso di provare una estensione del setting della Consultazione partecipata. Ca nostra conoscenza dei genitori durante le visite regolari in Comunità ci ha permesso di comprendere che esisteva una frattura del legame affettivo tra la famiglia stessa e il ragazzo. Frattura che in precedenza, non avendo l’opportunità di dialogare col ragazzo insieme con i suoi genitori, non aveva potuto imporsi alla nostra osservazione.
È via via divenuto più chiaro che la madre non era in grado di gestire il rapporto con Imaad: sembra che lo abbia da sempre vissuto come un prolungamento di se stessa. Non riusciva a pensare a suo figlio come a un persona diversa da sé, l’aveva cresciuto idealizzando vari aspetti della propria vita: per esempio ci aveva raccontato di immaginarlo sposato con una giapponese, non un’italiana e non un’araba, ma con una donna che nel suo immaginario corrispondeva a una persona capace di servirlo, amarlo e forse anche capace di seguire le sue (della madre) “istruzioni”. Per lei era anche molto importante l’apparenza: ha sempre cercato di fare in modo che i suoi figli fossero ben vestiti, curati e ben inseriti socialmente, a costo di mentire sulla propria famiglia e sulle loro esperienze. Ricordo una curiosa frase di questa madre: “Di notte lacrime e di giorno kajal” (polvere colorata usata per il trucco degli occhi, per scurire le palpebre e delineare il contorno; il suo uso è diffuso in Medio Oriente, Nordafrica, Africa subsahariana e Asia meridionale).

L’utilizzazione della CP ha permesso lo svelarsi del fraintendimento: Imaad ha compreso come la sua ribellione rispondeva a un bisogno di trasgressione famigliare della madre. Le caratteristiche personali di Imaad, un ribelle, soddisfacevano bene il bisogno narcisistico di questa madre che era stata una ribelle nel suo paese, contraria alle imposizioni del padre. Ella viveva i figli come un prolungamento di se stessa.
La verità psichica, ricercata dal ragazzo attraverso la Comunità, è stata attaccata in tutti i modi da questa famiglia, la quale, una volta compreso che non era possibile aggirare gli educatori, ha cercato di far fallire il percorso educativo del figlio e di separare la Comunità dal Servizio Sociale, con agiti non sempre di immediata comprensione da parte nostra e quindi non sempre facili da arginare.
Tutto ciò ha appesantito e rallentato il percorso di Imaad, il quale ha utilizzato questo caos a suo favore, per continuare alcune trasgressioni con la complicità dei familiari. Per parte sua la madre lo ha allontanato: non rispondeva al telefono, non si presentava agli incontri e non si interessava più del suo percorso, tanto da costringere Imaad a fughe continue per andare a verificare la situazione a casa. Ciò avveniva in particolare allorché la madre, durante i pochi colloqui in cui era presente, gli rimandava atteggiamenti e comportamenti discutibili del fratellino. Imaad si precipitava a casa per aiutare e scopriva invece una situazione per nulla allarmante, mentre la madre gli manifestava meraviglia per la sua preoccupazione. Il fratellino era l’unico elemento che in quel periodo teneva in piedi la famiglia interna di Imaad, il quale desiderava salvarlo.

Avendo compreso che l’impossibilità di separarsi dalla madre gli impediva di diventare una persona autonoma, nel corso delle consultazioni partecipate Imaad ha potuto verbalizzare il suo malessere. Purtroppo pagando un prezzo molto alto, forse necessario per diventare una persona indipendente.
In uno degli incontri la madre, parlando dell’autonomia del figlio, del suo cambiamento, ha detto: “Forse così tradirai la tua famiglia”. Imaad, molto irritato e stanco, dopo diversi incontri alla presenza dell’educatore, è riuscito a risponderle in questo modo: “Io voglio fare la mia strada, il mio percorso. Non mi interessa più di voi e quello che dite, se parlate solo per attaccarmi e farmi sentire in colpa. Siete i miei genitori e io vi voglio bene. Ho capito che sto cambiando, ma anche che voi siete così e non cambierete mai se non vi farete aiutare. All’inizio tutti mi dicevano che questo percorso sarebbe servito anche alla mia famiglia e che le cose sarebbero potute cambiare, ma ora ho capito che non è possibile, ci avevo creduto ma ora so che non vi posso cambiare, io però posso cambiare me stesso”.

La Comunità ha dovuto destreggiarsi tra queste dinamiche, resistendo alla tentazione di mollare e di espellere Imaad a causa delle sue continue trasgressioni. Per fortuna, anche se con fatica, il Servizio Sociale ha sostenuto questa “tenuta” degli educatori. Invece non vi è stata la stessa consapevolezza da parte del Tribunale per i Minorenni, che, non comprendendo le dinamiche famigliari, ha condannato Imaad, anche se non vi erano stati altri reati. Gli educatori non sono risultati convincenti.Fortunatamente Imaad non è entrato in carcere, ma è rimasto in Comunità perché era ancora in corso la seconda messa alla prova, stabilita da un altro giudice, che era stato capace di apprezzare il lavoro di tutti gli educatori e i progressi di Imaad.

Imaad ha continuato da solo, senza i suoi familiari, ma insieme alla Comunità, malgrado altre oscillazioni nel suo percorso.
Ha iniziato una Psicoterapia individuale che gli ha consentito di vedere la follia familiare, di sentirsi diverso ed è iniziata così l’elaborazione di un lutto, anche di una sua parte delinquente che ha faticato ad arginare, uno scudo onnipotente e protettivo difficile da riconoscere. Ha tenuto vive entrambe e ha prodotto molti sogni, con carabinieri, case abbandonate e fughe. Produzione onirica necessaria per dare voce a quegli aspetti, presenti in Imaad, che hanno avuto bisogno di incontrarsi per poter finalmente dialogare. Come in un “Parlamento interno, dove ogni vertice ha il diritto di esporre il proprio punto di vista/bisogno, mentre la patologia è il dominio di un’area della mente sulle altre, senza che il soggetto possa scegliere sulla base di un esame di realtà sia intrapsichico che della/nella realtà esterna. Quando il vissuto è: “Èpiù forte di me”, non è vero, solo che il soggetto non lo sa” (Scotto di Fasano D., comunicazione personale).
Ora Imaad è fuori dalla Comunità e conduce una vita autonoma; è diventato papà; ha un buon lavoro e sta continuando gli studi serali per conseguire il diploma. Ha mantenuto un buon rapporto con la Comunità, che sente regolarmente e che aggiorna costantemente. La seconda messa alla prova si è conclusa positivamente.

Utilità dell’estensione della Consultazione partecipata al lavoro di comunità

La complessità dei casi si presenta in aumento con il passare degli anni, il lavoro con le famiglie diviene sempre più difficile. Si è resa quindi necessaria una formazione sempre più mirata del gruppo di lavoro, per dare una risposta pronta ed efficace. Occorre curare a fondo le relazioni con i genitori, non interromperle e non sostenerle per forza.È nostro compito evitare che l’adolescente non sia più in grado di distinguere il bene dal male o che non regga la frustrazione della colpa.
Nel lavoro di Comunità ci si imbatte molto frequentemente in percorsi “come se”: i familiari e i ragazzi aderiscono senza una vera elaborazione e comprensione del reato, delle vicende famigliari e dei propri bisogni. Purtroppo, spesso, operatori e assistenti sociali si “accontentano” di dare nutrimento alle parti della personalità dei ragazzi bisognose di riuscita e autostima, anche se basate su situazioni “liquide” e non continuative nel dopo Comunità.
Per quanto riguarda i ragazzi autori di reati il setting della Consultazione partecipata, adattato alla Comunità educativa degli adolescenti, ha permesso di “guardare” al ragazzo nella sua interezza e non solo come trasgressore, poiché la Consultazione partecipata permette una visione assai più ampia, d’insieme.
A loro volta i Servizi Sociali, attraverso questo nuovo modo di pensare al gruppo famiglia, hanno ricevuto spunti osservativi che hanno arricchito il loro lavoro di rete e nel contempo hanno reso più efficace il nostro progetto.
Per quanto riguarda la funzione del Giudice, la comprensione di agiti e meccanismi complessi e disturbanti, portati a sua conoscenza, ha permesso che si facesse nel tempo più accurato e sensibile il suo giudizio sul lavoro compiuto dal ragazzo e sull’evoluzione del clima familiare, quando allontanato dai genitori.
Ci tengo a sottolineare quanto sia importante ristabilire un codice comunicativo, educare un pensiero che non tema né la complessità né l’incertezza (Morin, 1999). È necessario, come scrive Marco Francesconi, rifondare un’etica del limite, inteso come distinzione tra il possibile e il pensabile. E soprattutto è indispensabile rifondare un’etica del legame e della cura (Benasayang M., Schimt G., 2003). Come si evince nel film sopra menzionato, non basta essere colpevoli per percepire di esserlo; la percezione della colpa è indice del raggiungimento di un buon livello di maturità, in cui il soggetto ha interiorizzato, della norma, il valore intrinseco (Scotto di Fasano D., 2009). Purtroppo a sostegno di tale pensiero non viene sufficientemente utilizzata la mediazione penale, che consentirebbe al ragazzo una buona elaborazione del reato, sulla base di una riparazione simbolica e\o materiale del conflitto.

Bibliografia

Benasayang M., Schimt G., L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2003.
Francesconi M., Zanetti M.A., Adolescenti: cultura del rischio ed etica dei limiti, Franco Angeli, Milano, 2009.
Francesconi M., Scotto di Fasano D.(a cura di), Apprendere dal bambino, Edizioni Borla, Roma, 2009.
Green A., Narcisismo di vita narcisismo di morte, Edizioni Borla, Roma, 2005.
Kock H., La cena, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2010.
Meltzer D., Harris M., Il ruolo educativo della famiglia. Un modello psicoanalitico dei processi di apprendimento, Centro Scientifico Editore, 1986.
Morin E., I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Cortina, Milano, 2001.
Morin E., La testa ben fatta, Cortina, Milano, 2000.
Novelletto A., Psichiatria Psicoanalitica, Edizioni Borla, Roma, 1986.
Novelletto A., Biondo D., Monniello G., L’adolescente violento. Riconoscere e prevenire l’evoluzione criminale, Franco Angeli, Milano, 2014.
Saottini C., Gruppo e banda, in Rosci E., (a cura di) Più o meno 16 anni, Franco Angeli, Milano, 2000.
Steiner J., I rifugi della mente, Bollati Boringhieri, Milano, 2007.
Vallino D., Raccontami una storia, Edizioni Borla, Roma, 2005.
Vallino D., Fare Psicoanalisi con Genitori e Bambini, Roma, Edizioni Borla, 2009.
Vallino D., La Consultazione Partecipata: in che modo il lavoro congiunto con i genitori e i figli illumina fraintendimenti familiari e identificazioni patologiche, Relazione nel Corso seminabile 2010/2011 “Relazioni difficili: come guardare all’intreccio emotivo tra genitori e figli nella consultazione, nella educazione e nella terapia”, Centro di Consultazione per Genitori, Bambini e Adolescenti e Centro Studi Martha Harris, Venezia, Ottobre 2010. Atti del convegno pp. 3-15.

Filmografia

De Matteo I., I nostri ragazzi, 2014
Loach K., La parte degli angeli, 2012

Barbara Friia, Psicologa e Psicoterapeuta. Lavora come libero professionista a Pavia e a Voghera. Collabora da diversi anni con la Cooperativa Sociale Onlus “Reverie” di Pavia e presso il Consultorio Familiare “La Nuova Aurora” di Voghera. È socio ordinario dell’Associazione scientifico culturale Dina Vallino.

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto