Estensione della Consultazione partecipata alle comunità educative per adolescenti

Quando penso alla Comunità Educativa e a tutto il lavoro che andrò a raccontare mi viene in mente il film “La parte degli angeli” (regia di Ken Loach, 2012) perché ben rappresenta e introduce tutto il nostro discorso. Questo film parla di un gruppo di ragazzi irlandesi condannati ai servizi sociali, uno solo dei quali riuscirà a creare un rapporto con l’educatore; e il solo che riuscirà a riattivare una parte che pensava di non avere, la parte degli angeli, sua parte vitale: ha capito cosa gli è mancato ed è passato dall’assenza di rappresentazione a una rappresentazione dell’assenza.
Per chi non lo sapesse, la “parte degli angeli” è quella quantità del whisky che evapora dalle botti in modo naturale.

Il mio percorso è iniziato nel 2000 come educatrice di ragazzi adolescenti in una Comunità Educativa del pavese. Il mio ruolo, negli anni, è passato da Responsabile di Struttura, per arrivare, a oggi, a quello di Psicoterapeuta di alcuni dei ragazzi e formatrice degli educatori.
Attualmente le Comunità sono due e ospitano minori maschi dai 14 ai 21 anni; ragazzi che approdano perché autori di reato o perché allontanati dalle famiglie, con decreto del Tribunale per i Minorenni o, ancora, perché minori stranieri non accompagnati.

Gli educatori, che ruotano nei turni diurni e notturni, sono laureati in Psicologia o in Scienze dell’Educazione. Vi sono anche le addette alle pulizie, che si occupano, inoltre, della preparazione dei pasti e che vengono investite dai ragazzi di un ruolo fondamentale e unico, perché quello del nutrimento.
Tutti gli educatori e le Asa partecipano a riunioni di equipe e di supervisione (indipendentemente dalla formazione sulla Consultazione Partecipata), ove discutono dei progetti e delle personalità dei ragazzi, tenendo in considerazione le relative dinamiche, che ruotano nel gruppo dei ragazzi e del gruppo di lavoro.

La casa è una struttura di 400mq e ha diverse stanze, come previsto dalla normativa regionale, e può ospitare un massimo di 10 ragazzi: sala da pranzo, cucina, sala computer, palestra, ufficio educatori, salone, bagni ogni 5 ospiti, giardino, dispensa e camere da letto da massimo tre posti.
La casa viene molto personalizzata sia dagli educatori che dai ragazzi con foto, quadri, disegni, scritte.

I ragazzi sono impegnati in diverse attività: dalla scuola, al lavoro, al tirocinio formativo o borsa lavoro. Molti di loro avranno anche da svolgere un’attività socialmente utile, se indicata dal giudice del Tribunale per i Minorenni.

La rete che ruota attorno a ogni ragazzo è composta da Assistenti Sociali (territoriali e/o del penale); Tribunale per i Minorenni o Tribunale Ordinario per le tutele o per le richieste di appello; Avvocati; a volte il SerD; Psicologi; Famiglia; datori di lavoro; gruppo di volontariato; maestri di sport; amici.

La messa alla prova (map) è una pena alternativa al carcere. È una sospensione della pena che prevede un percorso educativo, monitorato da Educatori e Assistenti Sociali, che può svolgersi o presso il domicilio del ragazzo o presso una Comunità Educativa. La scelta della Comunità avviene quando la famiglia non è ritenuta idonea o non ha gli strumenti per occuparsi del figlio in messa alla prova, connotata di impegni e diverse prescrizioni.
La map può durare da un minimo di sei mesi a un massimo di tre anni, per qualsiasi tipo di reato.

I ragazzi allontanati dalle famiglie sono in diminuzione perché, a causa di problemi economici dei Comuni di residenza, vi è la tendenza a intervenire con modalità differenti, purtroppo spesso fallimentari. E di conseguenza sono in aumento i reati tra i giovani.

Con i minori stranieri non accompagnati, invece, non è possibile prevedere il coinvolgimento della famiglia perché lontana e, spesso, irraggiungibile. Gli stessi ragazzi non vivono di buon occhio domande o contatti con le famiglie di origine perché temono invasioni e controlli da parte delle forze dell’ordine, sapendo che molti di questi viaggi avvengono in clandestinità e con il pagamento di somme altissime. Molto spesso non vi è la presenza di mediatori culturali, che potrebbero facilitare tali contatti e questo non permette di creare relazioni significative tra i ragazzi, le loro famiglie e gli educatori che operano all’interno della rete attivata per ogni utente della struttura.

Gli incontri con i genitori si sono trasformati negli anni. Ricordo che quando ero educatrice non permettevamo alle famiglie nessun contatto per almeno un mese. Ora la conoscenza è immediata, almeno con gli educatori, e fin da subito si attivano gli incontri con i ragazzi all’interno della Comunità.
Sarà necessario costruire una consapevolezza che i genitori potrebbero avere dei limiti e/o problemi di cui i ragazzi possono diventare eredi. Il nostro compito è chiarire la relazione tra loro e questo è un lavoro preventivo perché i ragazzi capiscano che hanno a che fare con adulti che pensano.
È quindi fondamentale non avere un atteggiamento pietistico, ma interpretativo per comprendere una dinamica familiare e per traghettarla verso una trasformazione utile a ricreare un clima familiare più sano.

L’incontro pluriennale con Dina Vallino ha permesso di pensare a un’estensione della Consultazione Partecipata all’interno della Comunità, durante gli incontri genitori-figli, alla presenza dell’educatore. Questi non è sempre il medesimo per ciascuna famiglia per motivi di orario di lavoro. Tutti gli educatori hanno comunque ricevuto una formazione preliminare da parte mia sulla Consultazione Partecipata.
Gli educatori partecipano a questi incontri tra ragazzi e genitori, subito dopo stendono un protocollo. Una volta al mese ci si incontra per discuterne insieme. Questo ha permesso di creare una mente di gruppo con una metodologia condivisa.

Esperienze sul campo

Per meglio comprendere l’estensione della Consultazione Partecipata applicata alla Comunità racconterò di due famiglie con percorsi molto diversi. Cominciamo con Ramon.

Ramon è un ragazzo di 17 anni nato in Italia da genitori malesiani. Genitori piuttosto giovani che lavorano come addetti alle pulizie.
Le famiglie di origine di questi genitori vivono in America e in d’Europa.
Il desiderio del padre di Ramon è quello, prima o poi, di rientrare in Malesia, dove hanno fatto costruire una bellissima villa. In Italia, invece, vivono in una casa di proprietà, ma di modeste dimensioni e in un grande condominio.
Ramon è figlio unico e si sente in tutto e per tutto italiano, con grande dispiacere dei genitori che non accettano questa sua forte appartenenza.
Ramon sente la Malesia come luogo di vacanza e soffre per le attuali condizioni economiche della famiglia: in una casa modesta, molto diversa dalla villa fatta costruire dai genitori nel loro paese di origine.
Ramon ha iniziato a fare uso di sostanze e per non spendere troppi soldi e anche per guadagnarci, ha deciso di coltivare marijuana nell’armadio della sua camera da letto, che ha sempre tenuto chiusa a chiave. Sono iniziate così diverse liti con i genitori, scontri fisici con il padre e notti fuori casa senza preavviso.
Un pomeriggio, quando Ramon era a spasso con i suoi amici, una delle lampade all’interno dell’armadio è andata in corto circuito incendiando tutto. I genitori erano in casa, ma non sono riusciti a entrare perché la porta era chiusa. Sono così intervenuti i Vigili del Fuoco e Ramon è stato arrestato.
Durante il primo incontro i genitori gli hanno portano la foto della fidanzata e questo ha permesso di parlare delle scelte di Ramon, non condivise da loro. Ramon aveva una fidanzata che piaceva molto ai genitori perché educata, studiosa e attiva nel sociale. Dopo un anno Ramon l’ha lasciata per un’altra ragazza molto trasgressiva, che fumava le canne e loro giudicavano maleducata perché postava su Facebook foto molto provocanti, nonostante la giovane età.
È emerso anche il desiderio dei genitori di pensare Ramon in Malesia a capo di un ristorante italiano, oppure in America da qualche parente.
Spesso il padre, sempre molto silenzioso e smarrito, ha portato in Comunità fotografie della loro famiglia, dell’America, della Malesia e di Ramon piccolo. Grazie a questi documenti affettivi hanno raccontato la loro storia e sono emerse informazioni che Ramon non aveva. Si è parlato del primo anno del figlio, che per problemi di lavoro avevano dovuto lasciare in Malesia alle cure dei nonni, per poi tornare a riprenderlo per riportarlo in Italia con loro. Questo ha permesso di parlare, per la prima volta, di questa difficile scelta, costata molto, e Ramon ha potuto verbalizzare di sentirsi diviso in due parti, così come per le due diverse fidanzate, una buona e una cattiva.
L’estensione della CP alla presenza dell’educatore ha permesso loro di parlare anche del reato e di quella camera chiusa a chiave. Ramon ha detto: “Almeno quella stanza era di mia sola competenza. Lì nessuno entrava e potevo fare ciò che volevo”. La madre, che probabilmente non ha tollerato questa comunicazione di autonomia, di bisogno di separazione dai genitori, ha cercato di cambiare discorso chiedendo a Ramon di spiegarle alcune funzioni del cellulare. Ramon le ha risposto che lo avrebbero fatto un’altra volta perché in quel momento era necessario parlare tra di loro, dato che in quel momento ne avevano la possibilità avevano tutto il tempo necessario.
Da questo incontro sono cambiate molte cose.
Ramon porterà i genitori nella propria nuova e temporanea stanza per mostrare come è ordinata e come tiene l’armadio. Il padre porterà le foto della sua nuova camera ripulita dopo l’incendio e decideranno il colore delle parete che dipingeranno insieme quando potrà fare i rientri a casa.
L’estensione della CP ha permesso anche a Ramon di dire ai genitori che lui non ha mai desiderato lasciare l’Italia, che quello è sempre stato il loro desiderio e non il suo, ma che era difficile se non impossibile comunicare tra loro. Le porte comunicative erano chiuse a chiave, ognuno aveva il proprio mondo, cosi come la stanza di Ramon.
Il padre chiederà di festeggiare il suo compleanno in Comunità e Ramon gli farà trovare una lettera da leggere quando sarà solo, a casa. È stato un momento molto commovente e di grande vicinanza tra figlio e padre, che ha permesso a Ramon di sentirsi meno smarrito e più partecipe agli incontri successivi.
Nell’ultimo incontro il padre è entrato nella stanza del figlio e gli ha consigliato di spostare la mensola sopra al letto: lo hanno fatto insieme. Nella stanza è entrato un altro ragazzo, minore straniero non accompagnato, quindi senza famiglia, e in modo spontaneo ha invitato i genitori di Ramon nella propria stanza. L’ha mostrata loro con grande orgoglio, ricevendo molti complimenti. Quando mancavano 15 minuti alla fine dell’incontro, Ramon ha chiesto di poter iniziare a cucinare, ma insieme alla madre. Si uniranno, poi, anche il padre e il ragazzo. L’atmosfera era molto rilassata e si respirava aria di casa.
Ramon, dopo venti giorni, è rientrato in famiglia e ha iniziato a lavorare presso un negozio di abbigliamento; i genitori hanno iniziato incontri di sostegno alla genitorialità.

Il rispetto della persona del ragazzo

Gli incontri di gruppo degli educatori sono stati molto ricchi di confronti e discussioni e li hanno aiutati ad avere uno sguardo più curioso e caratterizzato da una sana distanza, utile per meglio comprendere le dinamiche familiari, i fraintendimenti e i mandati non sempre diretti e dichiarabili. Come scrive Dina Vallino (Fare psicoanalisi con genitori e bambini):

“L’affetto e la comprensione tra i genitori e figli sono soffocati dal fraintendersi, ma, con un’attenzione psicoanalitica, posso offrire una comprensione e una modulazione dei conflitti familiari occulti. […] Il fraintendimento primario diventa pesante quando la madre non ha idea che il suo bambino sia una persona. E aggiungo che quando il genitore che non è in grado di riconoscere la persona del suo bambino, cioè non possiede la pazienza di osservarlo per comprenderlo nelle sue spesso non evidenti manifestazioni personali, ciò accade poiché la sua mente si sente spinta in direzione opposta: a impadronirsi e installarsi nella mente del suo bambino. Il fraintendimento, l’obliterazione del bambino come persona, è il prodotto di una identificazione proiettiva patologica”.

Questo abbiamo potuto osservare nel caso di Ramon.
I genitori, diventando coautori del lavoro educativo dei figli, hanno potuto comprendere i diversi meccanismi consci e inconsci e le diverse conseguenze, e quando questa collaborazione risulta autentica spesso si attiva il desiderio di un lavoro personale e parallelo a quello del figlio. “Se i genitori acquistano consapevolezza e sapere crescenti sul proprio figlio, vengono aiutati a divenire gli esperti che potenzialmente sono” (Vallino, op. cit.).
L’estensione della CP nel lavoro di comunità è un’idea pionieristica. L’applicazione di questo nuovo metodo di lavoro per diversi anni ha facilitato trasformazioni positive, sia nella relazione familiare di alcuni dei ragazzi, sia nel modo di lavorare degli educatori, i quali hanno appreso un nuovo vertice osservativo, soprattutto hanno meglio compreso l’importanza di non farsi travolgere dalle dinamiche che tendono a riproporre le situazioni conflittuali di cui i ragazzi sono complici e/o vittime.

Barbara Friia, Psicologa e Psicoterapeuta. Lavora come libero professionista a Pavia e a Voghera. Collabora da diversi anni con la Cooperativa Sociale Onlus “Reverie” di Pavia e presso il Consultorio Familiare “La Nuova Aurora” di Voghera. È socio ordinario dell’Associazione scientifico culturale Dina Vallino.

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