La Consultazione partecipata come innovazione terapeutica

La Consultazione partecipata come innovazione terapeutica.
Alcune riflessioni a partire dal libro “Psicoterapia psicoanalitica breve per l’età evolutiva” a cura di Alessandra Sala (Mimesis, Milano 2019)

di Fiamma Buranelli e Lorenzo Rocca

È recente l’uscita di un interessante volume collettaneo, curato da Alessandra Sala, dedicato alle psicoterapie brevi di indirizzo psicoanalitico per l’età evolutiva (infanzia, latenza, adolescenza). Si tratta di un libro che offre uno sguardo d’insieme su diversi modelli terapeutici, non solo presentati dal punto di vista teorico, ma illustrati da densi casi clinici che – come sottolinea Giorgio Cavallari nella Presentazione – mostrano “la concretezza viva di ciò che accade in diversi contesti di intervento terapeutico breve [e aiutano a cogliere] come alcuni fra i pazienti trattati siano veramente pazienti di oggi, pazienti che vivono le crisi, le contraddizioni e anche le possibilità evolutive della contemporaneità” (Sala 2019, p. 10).

Dopo aver illustrato le psicoterapie brevi per l’età di latenza e per l’adolescenza, il libro dedica una sezione agli interventi per la prima infanzia. Qui vengono trattati quegli approcci “che si posizionano nel contesto dei trattamenti congiunti di ispirazione psicoanalitica (consultazioni terapeutiche familiari, psicoterapie madre o genitori-bambino, psicoterapie familiari brevi), fondati sul presupposto che in questa fase evolutiva i bambini non hanno ancora un confine psichico concluso e stabile” e che il loro funzionamento sia “in gran misura influenzato dall’insieme delle loro relazioni primarie” (p. 189). Secondo l’Autrice l’obiettivo comune di questi approcci riguarda “il recupero delle competenze genitoriali e lo sblocco delle potenzialità di sviluppo dei bambini” tramite la focalizzazione dell’attenzione su un tema principale che varia a seconda dell’approccio. Vengono presi in considerazione quattro modelli: la prospettiva di Salomonsson, il modello “Under fives” secondo la scuola Tavistock, il contributo della scuola di Ginevra, la Consultazione partecipata di Dina Vallino. A questa in particolare vogliamo dedicare la nostra attenzione, concentrandoci sui contributi di Alessandra Sala (pp. 193-194) e di Sara Castelnuovo (pp. 231-248), la quale presenta il caso clinico di Martina trattato con la Consultazione partecipata.

Abbiamo particolarmente apprezzato come Sala, per introdurre alla Consultazione partecipata, sottolinei quanto Dina Vallino abbia influenzato con le sue innovazioni, nello scenario italiano, l’intera psicoanalisi infantile, al di là della Consultazione partecipata stessa. Per parte nostra vogliamo ricordare, tra le molte essenziali innovazioni, 1) il metodo della storia nel Luogo immaginario (Vallino 1998b), 2) il trattamento precoce delle psicosi infantili (Vallino 1998a e 1990; Macciò e Zani 2018), 3) la sua visione del neonato (Vallino e Macciò 2004; Vallino 2019).

Cerchiamo ora di mettere a fuoco quegli aspetti che, seguendo Sala, caratterizzano la Consultazione partecipata e la differenziano dalle altre terapie brevi della prima infanzia. Il modello Vallino della Consultazione partecipata genitori-figlio propone una riscrittura del tutto unica del setting della consultazione tradizionale. Sala evidenzia subito come la Consultazione partecipata non vada intesa soltanto come un intervento terapeutico breve che riguarda le poche sedute iniziali di una consultazione, ma costituisca un intervento che, pur mantenendo il nome di consultazione, può proseguire come vera e propria psicoterapia breve, per una durata di un anno e oltre.

Uno degli scopi della Consultazione partecipata, come viene rilevato, è cogliere il fraintendimento dei genitori rispetto al bambino, sia per quanto riguarda la comunicazione, il sentimento, i vissuti, sia in relazione all’origine del sintomo del bambino, che può collocarsi nella mancata risposta alla comunicazione e ai suoi bisogni (Vallino 2009, pp. 205-207). Come si evince dal caso clinico di Sara Castelnuovo, attraverso le sedute di consultazione partecipata è stato possibile mettere in luce il fraintendimento che distorceva la relazione affettiva tra i genitori e la figlia (Sala 2019, p. 247): Martina, che si comportava nei confronti dei genitori come un leone arrabbiato e minaccioso, nascondeva un Sé, celato ai genitori, di bambina lasciata sola, bisognosa di protezione, tenerezza e fiducia. A questo proposito si potrebbe notare come in effetti la bambina, fin dalla prima seduta, ci faccia intravedere questo suo Sé nascosto attraverso il proprio documento affettivo (cfr. Buranelli et al. 2018). La bambola lasciata sola sulla sedia della stanza d’attesa, senza lettino (p. 238), ci rimanda al senso di disagio che la bambina mostrava di provare già in quella prima seduta.

L’importanza di un’osservazione attenta ai minimi particolari presenti nel comportamento del bambino, anche se apparentemente insignificanti, viene giustamente ricordata da Sala, che colloca la Consultazione partecipata in continuità ideale con il metodo dell’Infant observation. L’osservazione del neonato in famiglia affina la capacità osservativa del terapeuta, che può impiegare queste sue competenze nella Consultazione partecipata anche al fine di mostrare ai genitori nuove prospettive e modi di osservare i comportamenti del figlio/a e, soprattutto, come venga a configurarsi la loro relazione con lui/lei.

Il modello della Consultazione partecipata è caratterizzato dall’alternarsi di sedute con il/i genitore/i e il bambino a sedute con i soli genitori. Sala ci invita a riflettere su due elementi costitutivi delle sedute partecipate: non solo la proposta rivolta ai genitori a coinvolgersi, nell’osservazione come nel gioco, condiviso in seduta, con il bambino, ma anche “l’invito al bambino a dare espressione ai suoi contenuti emozionali e ai suoi pensieri” (Sala 2019, p. 194), ovvero ad aprirsi alla comunicazione attraverso il disegno, il gioco e la narrazione di piccole storie. Nelle sedute che prevedono invece la presenza dei soli genitori, l’attenzione è posta sulla condivisione di quanto emerso durante le sedute partecipate, con particolare attenzione ai vissuti, del bambino e propri, dando loro l’opportunità di “chiarire [con l’analista] il significato, e anche di poter trovare da sé, risposte concernenti i vissuti, i pensieri e gli stati d’animo del loro bambino” (Vallino 2009, p. 64). Interessante il rilievo di Castelnuovo, la quale, in merito al buon esito della consultazione, sottolinea quanto sia stato importante che “la presenza congiunta nelle sedute insieme ai genitori abbia permesso loro di vivermi come aiuto e non come rivale o come esperta dalla quale aspettarsi risposte preconfezionate, [così che] è stato più facile creare la condizione per poter riattivare quella reverie che si era arrestata e che aveva bisogno di un sostegno per riprendere a funzionare e a portare di nuovo nutrimento nella relazione filiale” (Sala 2019, p. 247).

Seguendo la presentazione offertaci dalla Autrici l’obiettivo della Consultazione partecipata consiste nel recupero delle competenze genitoriali: questo si consegue da una parte tramite il coinvolgimento dei genitori nel corso della psicoterapia e dall’altra attraverso il sostegno dato al bambino perché egli stesso dia espressione ai suoi contenuti emozionali e ai suoi pensieri. Ci troviamo sostanzialmente d’accordo. Tuttavia l’ordine delle priorità della Consultazione partecipata risulta differente: l’obiettivo principale è dare sostegno al bambino affinché egli pervenga, tramite gli strumenti del simbolo e della metafora, ad una rivelazione di sé, ed è questo che favorisce il recupero delle competenze genitoriali e che nel contempo arricchisce la rivelazione di sé del bambino.

Leggendo queste pagine ci sono sorte spontanee alcune riflessioni riguardanti i fattori terapeutici della Consultazione partecipata. In primo luogo, troviamo al centro di ogni consultazione partecipata – come del resto in ogni seduta di psicoterapia individuale secondo l’impostazione teorico-clinica di Vallino – il senso di sentirsi esistere da parte del bambino, verso cui il terapeuta porge un’attenzione profonda, costante, empatica, autentica: l’analista infatti, fin dal primo incontro, cerca di realizzare un contatto emotivo con il bambino, cerca cioè di “intendere il bambino, [consapevole che] egli prova sicuramente sollievo se qualcuno lo intende e gli restituisce risposte appropriate” (Vallino 1984, p. 23). Quando questo avviene, il bambino offre il proprio contributo alla cura, vivendo un afflato creativo che lo porta a cercare la comunicazione nella direzione di una rivelazione di sé. Tale rivelazione si esprime nella maggioranza dei casi non in modo immediatamente realistico, ma attraverso il gioco, il disegno, la narrazione, diciamo dunque attraverso un linguaggio metaforico inconscio. La metafora e il simbolo sono pertanto elementi centrali nella terapia, come testimoniato dal metodo di Vallino dell’uso della storia nel Luogo immaginario, in continuità con la tradizione psicoanalitica della simbolizzazione inconscia.

Ritroviamo questi aspetti nel caso di Sara Castelnuovo: nella prima seduta la dottoressa fatica a stabilire un primo contatto con la bambina, ma verso la fine della seduta, riconoscendole delle competenze – nello specifico, osservando che “sa molte cose sugli animali” (Sala 2019, p. 239) – Martina risponde con un sorriso, anticipando un’apertura all’analista che troverà espressione nella seconda seduta partecipata allorché Martina arriva a rivelare qualcosa di Sé attraverso il disegno, accompagnato da una prima piccola narrazione (p. 241). Ecco l’importanza di cercare di raggiungere il bambino, di fargli sentire che viene compreso, e insieme l’importanza che l’apertura del bambino possa avvenire in presenza del genitore, che può dunque coglierla e svilupparla.

A nostro avviso Dina Vallino ci suggerisce un’importante innovazione terapeutica: è il bambino che giunge a rivelare se stesso, con la presenza dei genitori – coinvolti nei suoi giochi e nelle sue storie – e con l’analista – che sorregge la sua attività comunicativa e promuove una sempre maggiore rivelazione del suo Sé. Nella concezione di Vallino l’analista deve dunque sostituire, nella tecnica, l’interpretazione tradizionale a favore di una comprensione che si ponga al servizio dello sviluppo dell’immaginazione metaforica del bambino e miri, con un lungo percorso, a sostenere il bambino nella trasformazione dei contenuti di tale immaginazione. Vallino mira ad avvicinare i vissuti inconsci del bambino sulla base dell’intuizione che, nell’esperienza del bambino, sia decisiva una sofferenza di cui egli non è responsabile. Vallino chiama pensare affettivo l’apertura del terapeuta verso il riconoscimento della sofferenza del bambino ed anche questa costituisce una cifra portante del modello della Consultazione partecipata.

Riferimenti bibliografici:

Buranelli, F., Bono, F., Bottari, L., Chiello, D., Friia, B., Ghedin, V., Lapi, I., Stortoni, F. (2018), A proposito dell’ultimo contributo di Dina Vallino alla Consultazione partecipata: i “documenti affettivi”, in Macciò e Zani 2018, pp. 163-173.

Macciò, M., Zani, M. (2018, a cura di), Emersioni dall’area autistica. Consultazione partecipata e dieci casi clinici precoci, Magi Edizioni, Roma.

Sala, A. (2019, a cura di), Psicoterapia psicoanalitica breve per l’età evolutiva. Modelli e applicazioni, Mimesis, Milano.

Vallino, D. (1984) Emozione e sofferenza dei bambini durante il primo incontro, in Vallino 2009, pp. 23-35.

–––– (1990), Passaggi dal silenzio alla comunicazione nell’area autistica, in C. Berutti e R. Parlani (a cura di), Neuropsichiatria della Prima infanzia, Quaderni di Psicoterapia Infantile, vol. 22, Borla, Roma 1990, pp. 121-136.

–––– (1998a), Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi dei bambini, Borla, Roma.

–––– (1998b), Le Storie e il Luogo Immaginario nella psicoanalisi dei bambini, in A. Ferruta, P.R. Goisis, R. Jaffé, N. Loiacono (a cura di), Il contributo della psicoanalisi nella cura delle patologie gravi in infanzia e adolescenza, Armando Editore, Roma 2000, pp. 48-62.

–––– (2009), Fare psicoanalisi con genitori e bambini. La consultazione partecipata, Nuova edizione, Mimesis, Milano 2019.

–––– (2019), Per non cadere nel vuoto. Riscoprire il neonato con Esther Bick, a cura di L. Rocca, Mimesis, Milano.

Vallino, D., Macciò, M. (2004), Essere neonati. Osservazioni psicoanalitiche, Borla, Roma.

Fiamma Buranelli
Socio fondatore dell’Associazione scientifico culturale Dina Vallino
buranellif@gmail.com

Lorenzo Rocca
Segretario dell’Associazione scientifico culturale Dina Vallino
roccalorenzo@outlook.com

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