Report del Seminario di studio sul libro Emersioni dall’area autistica

Autismo e diagnosi: la Consultazione Partecipata colma un vuoto. L’obiettivo? Rivitalizzare la relazione affettiva tra bambino e genitori.

Roma, 8 Maggio 2018

I disturbi dello spettro autistico riguardano un’area molto precoce dello sviluppo e coinvolgono il bambino nelle sue prime interazioni con il mondo. Oggi e’ possibile individuare presto i minori a rischio, ma occorre fare attenzione alle diagnosi troppo precoci. Sono gia’ disponibili dati sull’instabilita’ diagnostica per diagnosi nei primi due anni.

Nell’attuale dibattito sul processo diagnostico il libro ‘Emersioni dall’area autistica. Consultazione partecipata e dieci casi clinici precoci’ (Magi Edizioni), di recente pubblicazione, colma un vuoto. “La Consultazione Partecipata (CP) offre una valutazione complessiva della famiglia e si pone come un ponte tra la valutazione tecnicistica e il prendersi un tempo per osservare il bambino nella sua interezza. È uno strumento di precisazione della diagnosi e una prima forma di intervento ambientale. Prepara i papa’ e le mamme a un progetto terapeutico piu’ consapevole, perche’ genitori e terapeuta riflettono insieme sul bambino”. Chiarisce Cinzia Chiappini, psicoterapeuta dell’eta’ evolutiva a indirizzo psicodinamico, in occasione del seminario di studio promosso dalla Scuola di specializzazione dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) a Roma.

La CP parte quindi dall’osservazione, uno strumento che crea un ponte tra psicoterapia e neuropsichiatria: “Non possiamo riabilitare efficacemente qualcosa se non ci siamo dati il tempo di capire cosa sia- prosegue Elena Vanadia, neuropsichiatra dell’IdO- rischiamo di essere troppo interventisti, abbiamo bisogno del risultato immediato perche’ e’ faticoso tollerare la frustrazione e invitare i genitori ad attendere per risultati che pero’ potranno essere piu’ stabili nel tempo. Non tutti i bambini autistici rispondono in eguale misura agli stessi interventi, perche’ gli autismi possono avere matrici differenti. Non c’e’ scorrettezza, quindi, nell’individuare precocemente il rischio, ma non e’ corretto indicare per tutti lo stesso trattamento. Gia’ nel 2005 le raccomandazioni contenute nelle linee guida della Societa’ italiana di neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ricordavano che ‘Non esiste un trattamento valido per tutti i bambini autistici, per tutte le eta’ e per tutte le esigenze’. Inoltre- continua Vanadia- e’ necessario conoscere e utilizzare le diagnosi differenziali nella fascia di eta’ 0-3 anni, e le valutazioni devono essere condotte da equipe multiprofessionali”.

L’autismo viene notoriamente definito “come un disturbo a genesi multifattoriale e su base genetica, ma solo del 25% circa si conoscono mutazioni piu’ o meno specifiche. Se tutto fosse ‘unicamente ed imprescindibilmente geneticamente determinato- rimarca la neuropsichiatra- non potremmo avere risultati cosi’ significativi sia in termini comportamentali che cognitivi, lavorando primariamente sulla relazione all’interno di una cornice evolutiva”.

Questa tesi e’ stata confermata da molte ricerche internazionali: “Uno studio congiunto anglo-svedese condotto su 2 milioni di minori con autismo ha dimostrato che solo il 50% di questi ha un’origine genetica- aggiunge il filosofo- l’altro 50% e’ ambientale. Nei primi anni di vita la relazione viene prima di ogni altra cosa per questo motivo bisogna coinvolgere i genitori nel trattamento”, aggiunge Marco Maccio’, coautore del libro, filosofo e presidente della associazione Dina Vallino. Da qui trae la sua forza la CP, metodo ideato dalla psicoanalista Dina Vallino negli anni ’80: “È un trattamento breve e non intensivo (una seduta la settimana), che dura dai 3 ai 9 mesi, e successivamente puo’ aprire alla psicoterapia individuale. La Condivisione Partecipata trova applicazione nei confronti di diverse sintomatologie dell’infanzia e dell’adolescenza e nelle situazioni familiari che riguardano i minori. A partire dal ’94 l’approccio e’ stato applicato sui bambini sotto i 5 anni a rischio di autismo o con gia’ una diagnosi di disturbi dello spettro autistico. “Non e’ una cura- precisa Maccio’- ma ha ottenuto risultati interessanti”.

L’obiettivo della CP, spiega il filosofo, “e’ rivitalizzare la relazione affettiva tra il bambino e i genitori nella seduta stessa, passando dal paradigma interpretativo a quello immaginativo. Il terapeuta rinuncia all’interpretazione psicoanalitica tradizionale per lavorare sulla capacita’ immaginativa (il terzo paradigma psicoanalitico della reverie) del bambino, che apre alla relazionalita'”.

Le tempistiche dei risultati “dipendono dai casi- aggiunge- possono verificarsi gia’ durante la prima seduta oppure possono passare dei mesi. Se il bambino ha una sintomatologia severa sara’ difficile stabilire quando avverra’ la prima comunicazione”.

Dina vallino diceva che la CP permette di “sciogliere i fraintendimenti che si sono creati- afferma Chiappini- attraverso la convinzione di poter arrivare a un progetto terapeutico in cui i genitori, essendo stati protagonisti, siano maggiormente consapevoli. Il terapeuta all’interno della CP e’ colui che osserva, favorisce l’incontro, ascolta se stesso e l’atmosfera, e cerca di promuovere dei piccoli cambiamenti attraverso la comprensione”. I genitori dei bambini con autismo sono “particolarmente spaventati e soli- sottolinea la psicoterapeuta- poiche’ non possono ritrovare nella loro esperienza infantile qualcosa che gli faccia dire ‘Mio figlio e’ un po’ come me’. I comportamenti dei bambini autistici sono cosi’ estranei all’essere stato bambino di un genitore che, per tale motivo, la solitudine di un padre e di una madre puo’ essere ancora piu’ grande. Gli incontri con solo i genitori sono utili per riflettere su quello che si e’ osservato e sul loro figlio, anche questo rivitalizza le relazioni. Tornano a casa dopo aver pensato a degli interventi che possono fare e che scaturiscono dall’incontro con il terapeuta”.

Le parole chiave dell’incontro tra neuropsichiatria e psicoterapia sono dunque l’osservazione, la flessibilita’, la trasformabilita’ e la tradizione culturale. “È fondamentale l’osservazione ecologica, oltre che quella strutturata e rispettosa del bambino per il primo inquadramento diagnostico.

Osservare come si pone verso l’ambiente per capire quali le sue caratteristiche, le sue reazioni e le sue proposte e’ molto importante. Soprattutto in una condizione come quella del funzionamento autistico siamo chiamati a rendere flessibile cio’ che e’ rigido, e per lavorare sulla flessibilita’- ribadisce Vanadia- dobbiamo essere flessibili noi. Flessibili non significa permissivi, ne’ sprovveduti, bensi’ sapersi adattare al bambino che si ha di fronte, padroneggiare una o piu’ tecniche e metodologie terapeutiche e saperle modulare volta per volta”. Un altro tema da non sottovalutare e’ “il bagaglio culturale, che si e’ molto ridotto negli ultimi anni perche’ ha dimenticato l’osservazione. Nell’autismo la complessita’ dell’essere umano si incontra e si scontra con un funzionamento atipico che mina l’adattamento all’ambiente del bambino e la responsivita’ nel caregiver”. Nessuna “colpevolizzazione dei genitori- conclude Macciò- loro sono i migliori collaboratori del terapeuta e con loro c’e’ una relazione di totale apertura umana”. Il bambino che “si sente rotto perche’ l’ambiente non lo comprende piu’ e gli fa capire che non e’ un bambino adeguato, trova nella CP un nuovo mondo- conclude Moccio’- un mondo della ricostruzione della relazione affettiva”.

FONTE:

Newsletter Psicologia http://www.dire.it/newsletter/psicologia/anno/2018/maggio/08/?news=10

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