“Un Luogo Immaginario, tra realtà, sogno e speranza” a cura di Angela Sorrenti

Prendendo spunto da una riflessione sul Luogo Immaginario, vorrei raccontare un’iniziativa importante e bella, ad opera della nostra collega Monica Fumagalli, che ha fondato nel 2018 l’associazione “Onda di Nico”. Nico è il nome di suo figlio che, quasi diciottenne, una sera d’estate dell’anno scorso, si è tuffato in un mare tempestoso, spinto da un indomito entusiasmo e da un fisico atletico, ben allenato al nuoto. L’Onda è la forza del mare che non gli ha consentito di risalire e tornare dai suoi amici, da chi lo aspettava.

Dal cuore di Monica e di suo marito è nato un progetto che porta il nome del figlio, progetto che continua a dar vita al suo desiderio intenso e giovane, e che si propone anche di andare oltre alla singola esistenza: l’associazione “Onda di Nico”, ricordando l’onda del mare che Nico ha desiderato affrontare, vuole diventare un’onda che possa coinvolgere una comunità allargata di persone. Dal tenace desiderio di capire, di afferrare ciò che nella mente di Nico può essere passato nel decidere di tuffarsi in quel mare tempestoso, i suoi genitori sono ricorsi al quel terreno comune tra le anime che è l’Immaginazione, la Storia, il Racconto: luogo di espressione senza età e senza tempo, capace di resistere alle moderne tecnologie, e anzi da esse facilitato.

Una tensione drammatica, ma lenitiva e sognante, prende forma in un concorso letterario rivolto ai ragazzi delle scuole superiori, pensato insieme ai ragazzi/amici di Nico e indirizzato ad altri ragazzi/alunni delle scuole superiori. La traccia proposta parla di Icaro e invita a raccontare di tensione avventurosa, di coraggio, di rischio e pericolo, di eccesso. La risposta dei ragazzi è arrivata sotto forma di racconti e poesie che esprimono ciò che è risuonato in loro dalla vicenda di Nico e dalla suggestione del mito, attingendo a un luogo immaginario personale, sviluppando così uno spazio e un tempo preziosi che sono stati letti, valorizzati e “premiati” in tutti i sensi dagli adulti.

Ho incontrato Monica dopo la serata di premiazione dei primi sette scritti, avvenuta a settembre scorso presso la sede dell’associazione – la Cascina Cotica, un bel contesto in zona QT8 (Milano) – per commentare con lei e farmi raccontare di questa iniziativa alla quale ho partecipato anche io, con emozione e interesse.

A: Com’è nata l’idea del concorso?

M: È nata da mio marito, come volontà di raggiungere gli adolescenti che per noi rappresentano una curiosità, una fonte di tanti interrogativi. Siamo stati spinti dalla domanda, che ci siamo fatti in quanto genitori, “Che cosa ti è passato per la mente per decidere di sfidare quel mare?”; abbiamo voluto chiederlo a un grande numero di ragazzi, per provare a capire che cosa rappresenta per loro oltrepassare la soglia del pericolo, eccitarsi con il rischio. Abbiamo chiesto agli amici di Nico di formulare un titolo ed è così emerso il tema di Icaro che si avvicina al sole, pensato da una ragazza di 18 anni amica di Nicolò. Poi abbiamo scelto di chiedere specificamente poesie e racconti per evitare il rischio di scritti troppo aderenti alla realtà: volevamo che lasciassero andare i pensieri e seguissero una libera associazione.

A: Se no si rischiava di andare su fatti di cronaca…

M: Infatti, il lavoro difficile, dopo aver scelto gli scritti più comunicativi e originali e averli premiati, sarà quello di rileggere tutti i componimenti e analizzare se ci sono dei fili rossi, se ci sono alcune parole chiave. Il contatto o non-contatto con l’emozione, ad esempio, è un tema emerso.

“Pam”, il racconto vincitore, racconta di un mondo tecnologico molto efficiente che guida le persone, ma che allontana dal riuscire a stare in contatto con quello che si vive e che si sente. In un luogo immaginario – che la ragazza autrice sente potrebbe realizzarsi in futuro – un microchip inserito nelle persone le disconnette dalle emozioni. È stata geniale la proiezione in un tempo futuro e in un altro personaggio, come se i ragazzi temessero il rischio che la tecnologia li possa allontanare da ciò che sentono. Quando nel racconto staccano il microchip al personaggio, la protagonista ricomincia a sentire la fatica di alzarsi al mattino, sensazione che prima era anestetizzata.

Un ragazzo ha raccontato, con un lavoro molto semplice, che se si fa un buon incontro ci si salva. Altri racconti ci hanno comunicato la frenesia adolescenziale, utilizzando una tecnica di dialoghi fatti di tanti stacchi e parole brevi, rendendo l’idea di una vita molto concitata: ci si chiede come possano riuscire i ragazzi a fantasticare, a sognare. Lo stile frenetico delle relazioni sociali toglie la possibilità di soffermarsi. Le poesie invece – ne sono arrivate tante – erano più sogni a occhi aperti, e questo ci dice che i ragazzi possono ancora avere questa dimensione; ci dà speranza.

A: Aver dato a insegnanti e ragazzi un’occasione per soffermarsi e riflettere, per parlare della loro vita, provando a mettere per iscritto e a dare una forma ai pensieri, è già certamente un “buon” risultato.

Penso che non sia per niente scontata la scelta di proporre un racconto scritto: non è stato un concorso letterario per premiare chi sa scrivere meglio, ma per mettersi in ascolto dei ragazzi, per sintonizzarsi con loro, senza sapere bene cosa si sarebbe raccolto. Mi sembra un’importante apertura con la curiosità di capire cosa possono avere in mente.

Come avete trasmesso la proposta?

M: Per prima cosa abbiamo contattato sei licei a Milano; poi la parte junior dell’associazione – gli amici stessi di Nico – sono andati a presentare ai ragazzi il progetto. Tramite i social network Facebook e Instagram è stata data visibilità all’iniziativa, e così alcune scuole più lontane – ad esempio un istituto professionale di Novara– hanno chiesto di partecipare grazie a quei canali.

Alla mezzanotte del giorno della scadenza sono arrivati 60 testi. È stato sorprendente perché pensavamo di aver avuto poca risposta: invece i ragazzi hanno mostrato, anche in questo, il bisogno di toccare il limite.

A: Si avverte con chiarezza anche quanto i ragazzi abbiano bisogno di proposte: se si offrono loro iniziative di questo tipo, accettano con entusiasmo.

M: Un ragazzo ha risposto con un brano composto al pianoforte, ad esempio, perché il suo modo preferito di esprimersi è quello. Dobbiamo considerare che l’argomento era emotivamente forte: l’evento ha suscitato molta immedesimazione da parte dei ragazzi e questo ha inciso molto sulla loro partecipazione.

A: Penso che ci sia un grande bisogno di condividere esperienze e vissuti, e di essere visti e ascoltati, al di là dei premi; sui social le persone in fondo raccontano le cose che fanno per questo motivo.

M: Sì, cercano testimoni.

A: Mi ha colpito, alla premiazione, vedere adulti con ruoli di responsabilità nell’organizzazione dell’evento, che lasciavano spazio ai ragazzi, senza per così dire “scimmiottarli” e senza confondersi con loro. Un avvicinarli e stare con loro senza “imitarli”, fenomeno che invece osservo a livello sociale, e che fa perdere i riferimenti proprio ai ragazzi.

M: Un tema che è emerso è quanto alcool e sostanze tossiche siano dietro l’angolo; forse i rapporti “fluidi” con i genitori e una minore differenza tra le generazioni può far ricorrere a modi più estremi di marcare un confine. La ricerca di anestesia, o di eccitazione, sono altri temi collegati a questo.

A: Forse con una funzione antidepressiva…

M: Alcuni hanno portato il tema del rapporto con la madre, il controllo sul cibo per tenere a bada il genitore. È possibile che i ragazzi abbiano bisogno di trovare una strada per esprimere questi pensieri. Penso che eventi ed esperienze come il concorso e la serata della premiazione, il fatto di dare la possibilità di parlarne, possano “lavorare” internamente in qualche modo: la speranza è che la prossima volta i ragazzi pensino un attimo di più e non superino un limite che non consente repliche. Il rischio di per sé non è patologico, è un’esperienza necessaria.

Lo racconta proprio “Pam”, il cui senso è che bisogna assumersi dei rischi per crescere. Il lavoro che si può fare è rendere consapevoli i ragazzi di come ognuno li affronta. Nicolò era un nuotatore bravissimo, ma non bastava per affrontare quel mare: se fosse riuscito nell’impresa avrebbe portato a casa un bel successo, ma in quel caso c’è stato un senso di onnipotenza, un mistero che non si saprà mai.

Come si fa a rischiare in modo consapevole?

A: È possibile? Sembra un po’ un paradosso…

M: I ragazzi hanno proposto di fare esperienze rischiose in modo protetto, come “giochi” in cui non ci si può fare male davvero, per navigare nel proprio fisiologico bisogno di pericolo. Si vive in un modo ovattato, forse la percezione del rischio e del pericolo è minore oggigiorno, il pericolo è più mascherato. C’è l’idea “a me non può succedere niente”, la vita non ha grandi fatiche dal punto di vista fisico. Il concorso vuole stimolare simili interrogativi sulla condizione dell’essere ragazzi, sia negli adulti che nei ragazzi stessi.

A: L’obiettivo di farli esprimere è già importante, credo.

M: Lo sforzo narrativo costringe a dare un ordine ai pensieri, che non è la forma istantanea di Whatsapp, ma ha delle regole, costringe a confrontarsi con un tempo di attesa. Pam ha colto una direzione, ha intercettato a livello preconscio il rischio di essere robotizzati: i ragazzi si chiedono cosa diventeremo, se andiamo verso la disconnessione del pensiero. La “storia” in quel racconto non è stata intesa solo come passato: è una storia proiettata nel futuro, che ha colto come la politica e il sistema ci rendono manipolabili perché non ci interroghiamo più sulla nostra esistenza.

A: Insegnare e far pensare i ragazzi è rivoluzionario oggi, in questi tempi di banalizzazione e distruzione della cultura.

M: Infatti un altro progetto che abbiamo è “Onda Lab”, spazio di studio scolastico aperto ai ragazzi delle scuole medie: Nico voleva iniziare a dare ripetizioni, e così ho avuto questa idea. Alcuni insegnanti formeranno ragazzi maggiorenni, che a loro volta aiuteranno i ragazzi più piccoli, in modo che ci sia meno distanza generazionale. È una inoltre una bella esperienza per i giovani: di volontariato, di responsabilità, di lavoro in gruppo, che offre anche un arricchimento delle competenze.

È passato un anno dalla fondazione dell’associazione. Mi auguro che ci siano forze e passioni che la portino avanti, che ci sia benzina oltre alla mia forte spinta iniziale, perché si tratta in gran parte di volontariato che richiede molto tempo. Spero che così si possa avere un buon ricordo di Nico, attraverso le belle iniziative che sono nate e nasceranno avendo in mente lui.

Riporto due dei racconti premiati: il primo sembra una preghiera, una dichiarazione di innocenza, una richiesta di poter vivere in modo leggero e buono la gioventù. Fa pensare all’attesa del bene intrinseca nel profondo di ognuno, particolarmente forte nei piccoli e nei giovani, la parte sacra dell’individuo…

Tratto da “Serata, fuoco quanto resisti” di Olivia Borsetti

“…Spesso quella del rischio è una scelta consapevole solamente a metà.

La tendenza a rischiare, all’ottimismo, alla fiducia nelle persone è intrinseca nei giovani e spesso ci troviamo a rischiare senza renderci conto appieno di farlo.

Amo la mia fiducia nel mondo e nelle cose e mi è difficile accettare che questa possa, in qualche modo, farmi del male.

Che il cielo protegga Icaro.

E benedica questi anni”.

“Pam” (integrale)

Una musica allegra si insinuò nei suoi sogni, svegliandola. Si sollevò lentamente dal materasso, agganciò un minuscolo auricolare all’orecchio destro e batté le mani per spegnere la sveglia. Un giorno qualsiasi, nel 2984.

“Buongiorno Pam.”

La voce robotica si attivò dopo pochi secondi, mentre le tapparelle si alzavano lentamente, lasciando intravedere i grattacieli milanesi.

“Buongiorno, Fiona. Come hai dormito questa notte?”

“Sei tu che monitori le mie attività cerebrali, quindi dovresti saperlo.”

“Ho riscontrato l’arrivo di un incubo ma sono intervenuto in tempo per impedire che fosse registrato anche dalla parte conscia del tuo cervello. Succede spesso, ultimamente.”

Fiona si alzò, distratta.

“Potresti aprire l’acqua calda della doccia e preparare il caffè?”

“Certamente.”

Dopo essersi lavata, Fiona si sedette sulla sua poltrona mobile e si lasciò trasportare fino alla cucina.

“Ah, Pam chiama un taxi per le otto.”

“Desideri altro?”

“Si, scarica il giornale di oggi sulla lente cellulare.”

“Perfetto.”

Fiona osservò le notizie scorrerle davanti all’occhio destro: un nuovo scontro nucleare in Romania, due ragazzi uccisi da un gruppo di robot in cortocircuito, un altro attacco dei Savers, un gruppo di hacker che cercava da anni di disabilitare il circuito di Pam. Questa volta avevano disattivato il dispositivo di alcuni diplomatici che poi si erano uniti ai ribelli. La ragazza non potè fare a meno di pensare che, senza la sorveglianza di Pam e con tutta quella libertà di pensiero, le persone perdevano il controllo.

“Fiona, io non annullo il libero arbitrio umano: monitoro solo la vostra mente, facendo in modo che voi non prendiate decisioni sbagliate o proviate emozioni rischiose; voglio che tu non lo dimentichi mai. Ora posso consigliare di finire la colazione e vestirsi? Siamo in ritardo.”

“Hai perfettamente ragione, vestimi con il vestito rigido di latex verde.”

La vestaglia che indossava si smaterializzò, lasciando il posto all’ologramma del vestito che aveva richiesto.

“Il taxi è arrivato.”

“In perfetto orario.”

Arrivò davanti alla porta di casa, scese dalla poltrona e, dopo aver attivato i laser di sicurezza, si diresse verso l’ascensore, premendo il piano della terrazza. Quando arrivò, la capsula a poli magnetici positivi la stava già aspettando.

Gli occhi azzurri della neurologa sembravano fissare il vuoto, mentre osservavano i dati del dispositivo cerebrale di Fiona dalla lente cellulare e la ragazza sentiva una strana sensazione strisciarle intorno alla gola, un’angoscia inspiegabile.

“Il suo è perfettamente funzionante, ma vedo che ultimamente fatica a bloccare i suoi pensieri rischiosi, le sue emozioni dannose.”

Mentre studiava quella donna bionda, Fiona non provava nulla, se non una calma inquieta, un panico soffocato da un’inspiegabile indifferenza.

“Ma non si preoccupi, non è nulla di irrisolvibile: ora le darò una pillola che, attraverso dei particolari enzimi, rafforzerà il rapporto tra il suo cervello e l’impianto cerebrale e che migliorerà il sistema difensivo del dispositivo. Sa, con tutti questi hackeraggi…”

“Certo.”

Bevve un bicchiere d’acqua e ingerì la pillola: il fastidio durò solo per alcuni istanti. Ringraziò la neurologa e si diresse verso l’uscita dello studio 999 con uno strano presentimento.

Tornata a casa, Fiona si sedette sulla sua poltrona mobile: era stanca, quella pillola le faceva girare la testa. Arrivata in cucina, sintonizzò la lente cellulare sul canale mondiale, per assistere al discorso del Presidente in occasione della giornata della Vittoria nella Quinta guerra mondiale. Ma quel giorno, tutto il potere di quell’uomo autorevole, non servì: prima ancora che potesse iniziare a parlare, la sua immagine fu sostituita da quella della neurologa che aveva visitato Fiona quella mattina. Dietro di lei c’era una bandiera bianca con un cerchio azzurro: il simbolo dei Savers.

“Buongiorno. Ci scusiamo per l’interruzione del discorso del nostro beneamato Presidente, ma l’annuncio che sto per fare è di notevole importanza. Vi dobbiamo le nostre più sentite scuse per avervi ingannati: quest’oggi abbiamo distribuito, a coloro di voi che sono risultati idonei ad iniziare una nuova vita, una speciale pillola. Questa non contiene enzimi per rafforzare il vostro dispositivo, bensì per disattivarlo. Capisco il vostro sconcerto, e anche la confusione che proverete dopo lo spegnimento del dispositivo: vedrete la realtà e dubiterete che essa sia effettivamente vera; proverete emozioni, avrete pensieri che non saprete né spiegare né controllare; sentirete dolore, panico, prenderete decisioni sbagliate. Inizialmente non sarà facile, non lo nego, ciò che il governo ha fatto anni fa, dopo la Quarta guerra mondiale, è comprensibile: un sistema in grado di cancellare la possibilità di errore sembrava la scelta più giusta. Ma senza di esso sarete liberi, liberi di scegliere il rischio di sbagliare e di soffrire; questo rischio ci rende umani. Il dispositivo forse ci preserva dagli sbagli, annienta qualsiasi minaccia nella nostra vita; ma è proprio questo percorso di errori ed emozioni che ci rende unici, individui irripetibili. Che la libertà sia con voi.”

Nel momento stesso in cui la trasmissione si interruppe, sentì una sorta di scossa, di brivido, partire dalla testa e percorrerle la spina dorsale, raggiungere le estremità più recondite del suo corpo, annidarsi brevemente nelle pieghe della sua pelle: il suo dispositivo si era spento.

Angela Sorrenti

Psicologa, psicoterapeuta, si occupa di bambini, adolescenti e adulti in studio privato a Milano e a Novara. Ha maturato un’esperienza decennale lavorando in alcune scuole in provincia di Novara –infanzia, primaria, secondaria di primo grado; ha collaborato alcuni anni con il Centro Famiglie “La cordata” in zona Barona a Milano. È socio ordinario dell’Associazione scientifico culturale Dina Vallino.

angela.sorrenti@me.com

Monica Fumagalli

Psicologa, Psicoterapeuta, Socio e Docente dell’Istituto di Psicoterapia del Bambino e dell’Adolescente, Consulente psicologa c/o Unità Tutela Minori Consorzio Desio-Brianza. È socio ordinario dell’Associazione scientifico culturale Dina Vallino.

monicafumagalli67@gmail.com

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